Cuba tra sogno e realtà
Il volo della Cubana de Aviación si
avvicina all'aeroporto "José Martí" e d'improvviso appare l'amata
scritta: "Patria es humanidad" ("La patria è umanità"). Non è la prima
volta che vedo il motto dell'eroe dell'indipendenza cubana ma in questo
frangente ha su di me un effetto consolatorio, rassicurante. Arrivo,
infatti, sull'isola caraibica non come semplice turista bensì con
l'intenzione di restare a lungo e un inaspettato senso d'inquietudine
mi accompagna fin dall'inizio della traversata.
Avevo conosciuto
la capitale cubana per la prima volta quattro anni prima, nel 1994,
ultima tappa di un lungo viaggio in America Latina, e me ne ero
immediatamente innamorato, una passione viscerale, priva di
compromessi. La isla grande è da scoprire in tutto il suo territorio,
però l'Avana (chiunque abbia visto Cuba almeno per una volta sarà
d'accordo con me) possiede un fascino contagioso, una energia
irrazionale, un'atmosfera incantata che la rende sublime e come avvolta
in una cosciente indeterminatezza. L'odore dolciastro di tabacco che ti
abbraccia appena esci dall'aeroporto, l'enorme avenida che conduce al
centro della città percorsa da persone che pedalano stancamente, la
decadente architettura barocca che fiancheggia il Paseo del Prado, le
strade in penombra vissute da un'umanità vibrante: tutto all'Avana si
muove e respira con una vitalità straordinaria.
Ogni immagine
percepita nei primi trenta minuti della mia permanenza all'Avana
combaciava con l'ideale di città, fino a quel momento mai ben
razionalizzato, in cui avrei voluto vivere; mi convinsi perciò
sull'ineluttabilità di trascorrere perlomeno una parte importante della
mia esistenza in questo luogo magico e fuori del tempo. Naturalmente,
non era alieno alla mia scelta un certo spirito "gidiano" di fuga
romantica dall'eco-meccanicismo che caratterizza le società
occidentali, un distacco persino irrazionale rivolto alla ricerca di un
umanesimo etico che solo in un paese del "sud del mondo" (e per di più
in lotta per la sua irrinunciabile diversità ideologica) pensavo di
trovare.
L'occasione di partire si era materializzata nella
possibilità di insegnare lingua e cultura italiana alla Società
Italiana "Dante Alighieri" dell'Avana. Organizzare la produzione
culturale in un paese eccezionalmente stimolante, avere l'occasione di
interagire fattivamente con la società civile cubana, entrare in
contatto con il "pluriverso" letterario latinoamericano, vivere
l'interculturalità: dopo qualche istante di pensosa riflessione… mi
precipitai a prenotare il biglietto per la prima data utile in accordo
con il programma di lavoro stabilito.
I primi mesi sono ben al di
là di quanto avessi mai potuto immaginare per stimoli ed esperienze
socio-antropologiche. Allaccio solidi rapporti con numerosi esponenti
dell'elite culturale cubana, progetto varie pubblicazioni, partecipo a
conferenze internazionali, coopero fattivamente con scuole elementari,
organizzo unitamente all'ambasciata seminari linguistici, insomma cerco
di integrarmi nell'humus intellettuale cubano. Insegno in una classe di
circa venticinque cubani, la maggior parte giovanissimi, appartenenti a
diverse classi sociali. A Cuba, infatti, contrariamente a quanto
pensavo, si è formata negli ultimi anni una embrionale stratificazione
sociale, anche se i membri dei gradi più alti ancora non ne hanno piena
coscienza e non esercitano la conseguente supremazia. La neonata classe
"media" è costituita dai cosiddetti criollitos ricos (secondo la
sprezzante definizione del lider maximo), parte della popolazione
creola che si è relativamente arricchita affittando le abitazioni ai
turisti. L'impatto sulla società cubana, fino a poco tempo fa
sostanzialmente egualitaria, non è ancora devastante ma già si possono
intravedere i germi di una possibile disgregazione sociale e familiare.
Infatti le famiglie cubane che entrano in contatto con i turisti
occidentali tendono ad assorbirne i modelli etico-ideologici. Il valore
dominante delle società industrialmente avanzate, l'individualismo
utilitarista, prima quasi sconosciuto a Cuba, inizia per esempio a far
breccia nella struttura comunitaria cubana e fenomeni come la
speculazione e l'accaparramento di beni cercano di sostituirsi al
solidarismo che regnava sovrano tra la popolazione caraibica. Tali
aspetti deleteri della parziale "occidentalizzazione" di Cuba si
possono certo far risalire alla inevitabile dollarizzazione
dell'economia, instauratasi con l'avvento della moneta statunitense
nella seconda metà degli anni novanta; in tal modo chi ha possibilità
di accedere alla valuta forte (coloro che lavorano con il turismo) si
situa all'interno del meccanismo produttivo, chi invece non ha questa
occasione si ritrova ai margini dei processi economici in corso e con
un salario mensile in pesos ormai non più sufficiente a coprire
l'interezza del fabbisogno familiare. Si verificano così situazioni
paradossali soprattutto nella classe dirigente del paese, con
professori universitari che si inventano tassisti (uno dei lavori più
ambiti) e ingegneri costretti a lavorare come camerieri nei ristoranti
per turisti. Tutto ciò ha naturalmente un prezzo, e cioè l'esodo
all'estero dei professionisti di ogni settore, fatto che svuota Cuba
delle sue menti migliori con la conseguenza d'indebolirla terribilmente.
I
giovani cubani sono naturalmente i più colpiti da questa situazione e
nella lezione mattutina, oltre allo studio della lingua, dedico uno
spazio di circa due ore all'approfondimento degli aspetti salienti
della società italiana, sapendo perfettamente che questo è il tema che
li incuriosisce maggiormente. In realtà è per loro un'ottima occasione
per poter liberare le curiosità più profonde e per palesare
completamente le loro malcelate insoddisfazioni. Le distanze culturali
si assottigliano e mi rendo conto che le loro aspirazioni sono quelle
di un qualsiasi ragazzo cresciuto nelle opulente metropoli occidentali.
Il sogno comune è rappresentato dalla possibilità di viaggiare, di
conoscere opportunità diverse e costruirsi scenari alternativi. La
frase più ricorrente nell'aula è "aquì no hay futuro" ("qui non c'è
futuro") e rivela un'amarezza che squarcia l'eterno velo di allegria
che ricopre le facce dei cubani. Oltretutto, su di me che ho
programmato la mia vita futura in quest'isola, la prima volta che viene
pronunciata ha l'effetto contrario di quella delineata all'aeroporto e
rappresenta il vero punto di svolta della mia esperienza cubana. Da
quel momento in avanti e per tutta la permanenza (circa due anni) la
mia percezione degli avvenimenti cambia in maniera radicale. Il sogno
diventa improvvisamente realtà, il vissuto quotidiano perde l'aura
quasi divina che lo aveva caratterizzato, il caimano verde diventa
inafferrabile. Ora l'identità culturale cubana da me strenuamente
difesa mi appare come una forma di proto-sciovinismo, la definizione
affibbiatami dai cubani di "europeo", precedentemente accolta con un
sorriso, mi ferisce profondamente perché ne sento l'ostilità celata,
l'orgogliosa presa di distanza dal turista sprovveduto e inconsapevole.
Le distanze culturali si allargano di nuovo fino a rasentare il baratro
incolmabile, mi sento rifiutato e abbandonato al mio esecrabile status
di turista. Aumenta questa sensazione anche il non trascurabile fatto
che è praticamente impossibile ottenere un visto che non sia temporaneo
e che quindi devo ricorrere all'escamotage di frequenti viaggi lampo in
Messico. Mi guardo attorno e vedo che quasi non esiste una comunità di
immigrati stranieri, perdo le conoscenze che credevo acquisite, scopro
la solitudine, il mio amico filosofo Ichikawa fugge a Miami, quella
frase mi perseguita: "no hay futuro!".
Decido di ritornare dove
c'è futuro, un futuro squallido forse, ma esistente, tangibile. Adesso
sono qui, straniero in patria, lottando per una nuova integrazione
possibile, per costruire qualcosa che spenga il fuoco. Ma per Cuba, per
quel sorriso che esplode in un volto, sarei disposto a ripartire domani
stesso.
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