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Il Caimano inafferrabile
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di Massimiliano Salemme   
martedì 19 febbraio 2008

Cuba tra sogno e realtà

Il volo della Cubana de Aviación si avvicina all'aeroporto "José Martí" e d'improvviso appare l'amata scritta: "Patria es humanidad" ("La patria è umanità"). Non è la prima volta che vedo il motto dell'eroe dell'indipendenza cubana ma in questo frangente ha su di me un effetto consolatorio, rassicurante. Arrivo, infatti, sull'isola caraibica non come semplice turista bensì con l'intenzione di restare a lungo e un inaspettato senso d'inquietudine mi accompagna fin dall'inizio della traversata.

Avevo conosciuto la capitale cubana per la prima volta quattro anni prima, nel 1994, ultima tappa di un lungo viaggio in America Latina, e me ne ero immediatamente innamorato, una passione viscerale, priva di compromessi. La isla grande è da scoprire in tutto il suo territorio, però l'Avana (chiunque abbia visto Cuba almeno per una volta sarà d'accordo con me) possiede un fascino contagioso, una energia irrazionale, un'atmosfera incantata che la rende sublime e come avvolta in una cosciente indeterminatezza. L'odore dolciastro di tabacco che ti abbraccia appena esci dall'aeroporto, l'enorme avenida che conduce al centro della città percorsa da persone che pedalano stancamente, la decadente architettura barocca che fiancheggia il Paseo del Prado, le strade in penombra vissute da un'umanità vibrante: tutto all'Avana si muove e respira con una vitalità straordinaria.

Ogni immagine percepita nei primi trenta minuti della mia permanenza all'Avana combaciava con l'ideale di città, fino a quel momento mai ben razionalizzato, in cui avrei voluto vivere; mi convinsi perciò sull'ineluttabilità di trascorrere perlomeno una parte importante della mia esistenza in questo luogo magico e fuori del tempo. Naturalmente, non era alieno alla mia scelta un certo spirito "gidiano" di fuga romantica dall'eco-meccanicismo che caratterizza le società occidentali, un distacco persino irrazionale rivolto alla ricerca di un umanesimo etico che solo in un paese del "sud del mondo" (e per di più in lotta per la sua irrinunciabile diversità ideologica) pensavo di trovare.

L'occasione di partire si era materializzata nella possibilità di insegnare lingua e cultura italiana alla Società Italiana "Dante Alighieri" dell'Avana. Organizzare la produzione culturale in un paese eccezionalmente stimolante, avere l'occasione di interagire fattivamente con la società civile cubana, entrare in contatto con il "pluriverso" letterario latinoamericano, vivere l'interculturalità: dopo qualche istante di pensosa riflessione… mi precipitai a prenotare il biglietto per la prima data utile in accordo con il programma di lavoro stabilito.

I primi mesi sono ben al di là di quanto avessi mai potuto immaginare per stimoli ed esperienze socio-antropologiche. Allaccio solidi rapporti con numerosi esponenti dell'elite culturale cubana, progetto varie pubblicazioni, partecipo a conferenze internazionali, coopero fattivamente con scuole elementari, organizzo unitamente all'ambasciata seminari linguistici, insomma cerco di integrarmi nell'humus intellettuale cubano. Insegno in una classe di circa venticinque cubani, la maggior parte giovanissimi, appartenenti a diverse classi sociali. A Cuba, infatti, contrariamente a quanto pensavo, si è formata negli ultimi anni una embrionale stratificazione sociale, anche se i membri dei gradi più alti ancora non ne hanno piena coscienza e non esercitano la conseguente supremazia. La neonata classe "media" è costituita dai cosiddetti criollitos ricos (secondo la sprezzante definizione del lider maximo), parte della popolazione creola che si è relativamente arricchita affittando le abitazioni ai turisti. L'impatto sulla società cubana, fino a poco tempo fa sostanzialmente egualitaria, non è ancora devastante ma già si possono intravedere i germi di una possibile disgregazione sociale e familiare. Infatti le famiglie cubane che entrano in contatto con i turisti occidentali tendono ad assorbirne i modelli etico-ideologici. Il valore dominante delle società industrialmente avanzate, l'individualismo utilitarista, prima quasi sconosciuto a Cuba, inizia per esempio a far breccia nella struttura comunitaria cubana e fenomeni come la speculazione e l'accaparramento di beni cercano di sostituirsi al solidarismo che regnava sovrano tra la popolazione caraibica. Tali aspetti deleteri della parziale "occidentalizzazione" di Cuba si possono certo far risalire alla inevitabile dollarizzazione dell'economia, instauratasi con l'avvento della moneta statunitense nella seconda metà degli anni novanta; in tal modo chi ha possibilità di accedere alla valuta forte (coloro che lavorano con il turismo) si situa all'interno del meccanismo produttivo, chi invece non ha questa occasione si ritrova ai margini dei processi economici in corso e con un salario mensile in pesos ormai non più sufficiente a coprire l'interezza del fabbisogno familiare. Si verificano così situazioni paradossali soprattutto nella classe dirigente del paese, con professori universitari che si inventano tassisti (uno dei lavori più ambiti) e ingegneri costretti a lavorare come camerieri nei ristoranti per turisti. Tutto ciò ha naturalmente un prezzo, e cioè l'esodo all'estero dei professionisti di ogni settore, fatto che svuota Cuba delle sue menti migliori con la conseguenza d'indebolirla terribilmente.

I giovani cubani sono naturalmente i più colpiti da questa situazione e nella lezione mattutina, oltre allo studio della lingua, dedico uno spazio di circa due ore all'approfondimento degli aspetti salienti della società italiana, sapendo perfettamente che questo è il tema che li incuriosisce maggiormente. In realtà è per loro un'ottima occasione per poter liberare le curiosità più profonde e per palesare completamente le loro malcelate insoddisfazioni. Le distanze culturali si assottigliano e mi rendo conto che le loro aspirazioni sono quelle di un qualsiasi ragazzo cresciuto nelle opulente metropoli occidentali. Il sogno comune è rappresentato dalla possibilità di viaggiare, di conoscere opportunità diverse e costruirsi scenari alternativi. La frase più ricorrente nell'aula è "aquì no hay futuro" ("qui non c'è futuro") e rivela un'amarezza che squarcia l'eterno velo di allegria che ricopre le facce dei cubani. Oltretutto, su di me che ho programmato la mia vita futura in quest'isola, la prima volta che viene pronunciata ha l'effetto contrario di quella delineata all'aeroporto e rappresenta il vero punto di svolta della mia esperienza cubana. Da quel momento in avanti e per tutta la permanenza (circa due anni) la mia percezione degli avvenimenti cambia in maniera radicale. Il sogno diventa improvvisamente realtà, il vissuto quotidiano perde l'aura quasi divina che lo aveva caratterizzato, il caimano verde diventa inafferrabile. Ora l'identità culturale cubana da me strenuamente difesa mi appare come una forma di proto-sciovinismo, la definizione affibbiatami dai cubani di "europeo", precedentemente accolta con un sorriso, mi ferisce profondamente perché ne sento l'ostilità celata, l'orgogliosa presa di distanza dal turista sprovveduto e inconsapevole. Le distanze culturali si allargano di nuovo fino a rasentare il baratro incolmabile, mi sento rifiutato e abbandonato al mio esecrabile status di turista. Aumenta questa sensazione anche il non trascurabile fatto che è praticamente impossibile ottenere un visto che non sia temporaneo e che quindi devo ricorrere all'escamotage di frequenti viaggi lampo in Messico. Mi guardo attorno e vedo che quasi non esiste una comunità di immigrati stranieri, perdo le conoscenze che credevo acquisite, scopro la solitudine, il mio amico filosofo Ichikawa fugge a Miami, quella frase mi perseguita: "no hay futuro!".

Decido di ritornare dove c'è futuro, un futuro squallido forse, ma esistente, tangibile. Adesso sono qui, straniero in patria, lottando per una nuova integrazione possibile, per costruire qualcosa che spenga il fuoco. Ma per Cuba, per quel sorriso che esplode in un volto, sarei disposto a ripartire domani stesso.
 



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