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Una babele chiamata speranza
di Laura Putti, servizio tratto
da "Musica!"
Ad
un mese dal G8, vertice dei paesi
industrializzati, che oltre ai capi di Stato e di governo condurrà
a Genova anche i militanti anti globalizzazione, proviamo a fare
un identikit di colui che ne
sarà il principale animatore: maglietta oversize della nazionale
algerna, cappello di maglia peruviano calato fin sugli occhi, pantaloni
larghi alla caviglia, scarpe da ginnastica (ma non amercane alla
moda), inevitabili tatuaggi uno dei quali è il manifesto
di un film di Carlos Saura (De prisa, de prisa,
1980).
Professione:
musicista giramondo. Segni particolari: nessuno, un quarantenne
qualunque, che però dimostra una decina d'anni in meno. Armato
della sua sola energia, spalleggiato dalla band Radio Bemba, Manu
Chao animerà a Genova
(dove però suonerà il 26 giugno, dopo Milano
il 21 per la Festa della Musica, e prima del 10 luglio a Roma,
il 12 a Travisio, il 27 a Melpignano,
il 2 settembre a Bologna e un'ultima
data, ancora da confermare) un controsummit
assieme a molte organizzazioni indipendenti tra le quali Attac,
antimondilaizzazione, l'unica alla quale abbia scelto di aderire.
Perché
sin dai tempi della Mano Negra,
suo primo gruppo commercialmente conosciuto (gli altri da giovanissimo
sono stati Joint de Culasse e Hot Pants) e già molto molto
militante, Chao non è mai
saltato su un carro politico. Tantomeno su quello vincitore. Ora
però ha un problema: la sua immensa popolarità in
America Latina lo ha reso una
specie di santone, paladino dei poveri, riscossa dei diseredati.
A forza di visitare paesi con grandi problemi sociali e politici,
a forza di dare la colpa agli Stati Uniti, a forza di urlare slogan
durante i concerti, i messicani, i boliviani, i peruviani, i cileni,
gli ecuadoriani, lo vedono come il messia con la chitarra, l'unico
che potrebbe dar voce ai loro problemi, risolverli, perfino.
Dopo Clandestino (1998), dedicato
al subcomandante Marcos, ecco arrivare
Pròxima estaciòn: Esperanza,
il nuovo lavoro uscito il 5 giugno
scorso. A un primo ascolto verrebbe da pensare che Esperanza
sia il fratello gemello di Clandestino
(la sorella, dice lui, che vede questo disco più femminile
del precedente); ne è in realtà la continuazione,
il secondo movimento di una sinfonia composta tra Lima, La Paz,
Mexico City (100 mila persone sono accorse ad ascoltarlo nello Zocalo,
la più gande piazza dell'America Latina, la stessa nella
quale Marcos ha terminato la sua marcia) e piccoli, piccolissimi
villaggi. Un disco innaffiato di birra, rhum e tequila, proprio
come il precedente, e come Clandestino,
festoso, allegramente disordinato e cantabile."Funziono con
l'istinto e il piacere", dice Chao, molto rilassato rispetto
ai tempi della Mano Negra.
Il
padre di Chao, oggi caporedattore
di Radio France Internationale per l'America Latina, è un
repubblicano spagnolo fuggito in Francia dopo l'arrivo di Franco
al potere. Sua madre è
una basca di Bilbao. In casa hanno sempre avuto un ritratto del
Che. Manu e suo
fratello Antonio sono cresciuti in un ambiente di scrittori
e di esuli politici; la loro casa di Sèvres, periferia di
Parigi, era frequentata da Violetta Parra
e da Gabriel Garcìa Màrquez.
Non stupisce che i due ragazzi non abbiano, come spesso accade alle
seconde generazioni di immigrati, rinunciato alle loro radici.
Quasi una decina di anni fa, stanco degli inverni parigini e della
poca energia di una città che non gli somiglia più,
Manu emigra in Spagna.
Va a vivere a Barcellona (dove per la prima volta, dice, ha una
casa fissa, 80 metri quadrati, studio compreso) e decide di prendersi
un po' di riposo dalla musica. Dopo alcune avventurose esperienze
(El expreso de hielo, il treno di ghiaccio,
che nel '93 ha attraversato a 25 all'ora tutta la Columbia) e dopo
un ultimo disco, Casa Babylon del '94,
la Mano Negra si è dissolta.
Ha resistito sette anni e ha venduto tre milioni di dischi. Tanti
quanti Manu ne vende in due anni
con Clandestino.
Inizia
a viaggiare. Parte per un lungo giro in Sudamerica.
Ha accanto gli amici musicisti di una nuova band («Il gruppo
è un'alchimia, è giorno e notte, non per due ore di
concerto»). In valigia mette un computer portatile, una telecamerina
digitale che gli serve da blocco note, un ghetto blaster, un microfono
e un mini studio di registrazione, otto piste. La Polaroid, dice,
l'ha nella testa. Poi pochi abiti, qualche libro: Memoria
del fuoco di Eduardo Galeano (che è la sua Bibbia)
e un piccolo dlibro di poesie di Prevert.
Il
"Bob Marley latino" (a Marley dedica Mr.
Bobby nel nuovo disco), il "Bob Dylan dell'America del
Sud", come i giornali di laggiù iniziano a chiamarlo,
ama Prevert. Ma rifiuta il ruolo di attivista politico. "Sono
solo un musicista", dice, "voglio divertirmi". E
infatti incide un disco divertente. Pròxima
estaciòn: Esperanza è la Torre di Babele del
XXI secolo. Delle diciassette canzoni, che scorrono una via l'altra
senza paurse in mezzo, una è in francese, una in portoghese,
una in arabo (Denia), due in
inglese, nove in spagnolo, due in "portognolo" (lingua
parlata al confine, quella che Manu
dice di sentire più sua anche se il suo spagnolo di Spagna
è impeccabile) e una in tutte le lingue insieme.
Torna
il motivo di Bingo Bongo, ma
con la voce di una giovane rapper brasiliana che parla degli uomini
(Homens). Si affaccia ogni tanto
"Je ne t'aime plus mon amour..."
di Clandestino, come movimento guida
della sinfonia. «Non avrei mai immaginato di poter fare un
altro disco», dice Chao. «Con
i soldi che ho guadagnato in questi anni potrei vivere, viaggiando,
fino alla fine dei miei giorni. Se sono tornato in studio vuol dire
che ne avevo bisogno, che avevo ancora delle cose da dire».
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