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| RECENSIONE SU STRUMENTI MUSICALI CREATI A CUBA
- pagina a cura di Luna |
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E sorsero allora orchestre di neri in tutte
le dotazioni,
svariatissimi strumenti che alzavano frenetiche ondate dentusiasmo
(Israel Castellano).
Parte I - I tamburi afrocubani.
Il primo a fare unanalisi metodica degli strumenti di provenienza africana
sorti a Cuba fu Israel Castellanos, che pubblica nel 1927 Instrumentos musicales
de los afrocubanos. Poi, nel 1952, Fernando Ortiz ampliò linformazione
precisando lorigine degli stessi con Los instrumentos de la música
afrocubana, che comprende 5 volumi. Ma prima, nel 1951 e sotto il titolo
di La transculturación blanca de los tambores negros, lo stesso
Ortiz realizzò un eccellente lavoro sui tamburi creati nella nostra patria
dagli africani. Dovette risalire allorigine primitiva degli stessi e seguirli
nelle loro evoluzioni per arrivare alla loro apparenza attuale.
Ancora non è chiara la nascita del tamburo, se in Egitto
o in Africa (nera) o viceversa, dove apparvero papiri con neri che
ballavano e suonavano un tamburo (membranofono) in scene di funerali
delle dinastie dal XX secolo a.C.
Allinizio del cristianesimo il tamburo era considerato pagano
e si usavano solo per gli acrobati, vagabondi e quelli che conservavano
il folclore. La Spagna ebbe tamburi introdotti dallAfrica
dagli arabi, berberi e mori, che durante la conquista furono portati
dalle truppe, come quelli militari del Medioevo che introdusse nel
vecchio continente i tamburi di grande formato, che conobbero grazie
ai saraceni e questi a loro volta dagli africani.
Per quanto riguarda gli spagnoli da prima del secolo XV usarono
dalla tradizione militare nera i timbales di cavalleria,
che consistevano in tamburi di due casse portati da animali da soma
nei battaglioni, da lì furono passati alle corti reali e
a tutti i generi di cerimonie civili e religiose. Tuttavia gli atambores,
comerano chiamati i tamburi ad una sola cassa, dal secolo
XIII furono strumenti di musica cortigiana.
La prima notizia che si ha dei tamburi a Cuba è riferita
in un atto del capitolo de La Avana del secolo XVI, dove si nomina
Juan Emberas, che riceveva 36 ducati annui per suonare il tamburo
non appena avvistava una nave allorizzonte, dalla rocca
dove nel 1590 si alzò il Castillo del Morro (Natalio
Galán, Cuba y sus sones). Questo tipo di tamburo arrivò
con il primo contingente militare spagnolo sullisola.
Però già i nostri indigeni contavano tra i loro strumenti
musicali un tamburo idiofono come scrisse Gonzalo Fernández
de Oviedo nel 1851, fatto di un legno rotondo, vuoto, concavo
e grande come un uomo e più o meno (...) suona come i tamburi
sordi che fanno i neri; però non ci mettono il cuoio bensì
fori e raggi che trascendono il vuoto (...) il tamburo deve essere
messo sul suolo perché se si tiene in aria non suona.
Questo Helio Orovio nel suo Diccionario de la Música Cubana
lo chiama Mayohuacán specificando che è
un tamburo xilofono che suonavano i behiques (sacerdoti) e si
percuoteva con bacchette.
Castellanos ci dice che nel 1839 il governatore Ezpleta diede lordine
di dare la licenza di fare strumenti musicali nellisola, ed
è così che lafricano, -selvaggiamente trasportato
per lavorare come schiavo - impone la maggior influenza nella creazione
del tamburo cubano. Sebbene già percuotesse il suo tamburo
nella sua terra, dovette reinventarlo in America con il legno e
il cuoio che trovò, per poter continuare a praticare le sue
credenze e cantare e suonare per le sue divinità. Un po
prima di avere il permesso già ne avevano creati alcuni,
come i tamburi dorigine bantú chiamati di Yuka, che
sono tre (Caja, Mula e Cachimba); o quelli dorigine dahomeyanos-arará
Tahona, che accompagnavano la variazione della rumba che porta questo
stesso nome; Don Ortiz menziona i Bocú come un mebrafono
di cuoio lavato di cassa aperta usato nei rituali Orilè
(incrociato a Oriente); la Tumba Francese che
introdussero nella provincia orientale gli schiavi che emigrarono
con i coloni francesi da Haiti con i tamburi Premier o Redublé
e Bulá o Bebé, anche la Tambirita o Catá Tambora
per il tocco o ballo Mazún; forse i più importanti
sono stati quelli dorigine yoruba, i tanto famosi tamburi
Batá che anche sono tre: il Irá, Itótele
e Okónkolo che abbiamo visto che dal 1930 Gilberto Valdés
lo portò nel suo stato primitivo nelle orchestre.
Per questo il laureato scrittore Giullermo Cabrera Infante ci spiega
nel prologo del favoloso libro di Natalio Galán Cuba
y sus sones: La ricchezza ritmica africana divenne in
America un capitale sonoro e i tamburi che parlano yoruba si convertirono
a Cuba in tamburi che cantano cubano con differenti voci: i bongós,
la tumbadora e la conga sono tamburi che si trovano in tutte le
orchestre moderne di jazz, di balli da sala e di sale da ballo,
di musica per film, di musica sinfonica e ancora nella musica da
camera -come nelle Ritmicas di Roldán, composte nel 1929
(...) Questi tamburi cubani risuonano in tutta la disco music ora.
Dopo la creazione della setta segreta Abakuá (1836), di provenienza
carabalí, introdussero nei loro riti un trio di tamburi chiamati
Nkómo o Enkómo: 1- Binkomé,
Biankomé o Bincomé, 2- Kosi Yeremá
o Kuchi yeremá, 3- Biapá o Obi-apá,
che Castellanos nominò Bencomo, Cosilleremá e Llaibillembi.
Anche ogni capo o responsabile della potenza ha il suo, come i tamburi
Sese; Mpegó; Ekueñón e Nkrikamo. Naturalmente
il più importante è Èkue e il Bonkó
che fa le veci del Èkue nelle potenze Efik, che non si percuotono
ma si sfrega una bacchetta che si appoggia sulla pelle del tamburo,
producendo un suono rauco. Il più misterioso è il
Bakri fatto con un cranio umano che a volte sostituisce
lÈkue. Nominavano tutti i loro tamburi bongó,
forse da qui è che nasce agli albori del XX secolo il nome
che si dà al più autentico e famoso strumento cubano
di cui parleremo in questo ciclo, insieme con altri.
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Parte II .Conga, Tumbadora, Bongó e Pailas.
Il bianco apprese dal nero alcuni dei suoi
balli lascivi,
e per questo passarono nel linguaggio volgare i vocaboli
indicanti danze e strumenti di neri (bembé, cumbé,
bongó, ecc.)
(Fernando Ortiz, Los afronegrismos de nuestro lenguaje, 1922).
Sono vari gli strumenti creati dagli afrocubani nella nostra patria
per suonare la loro musica religiosa. Oltre ai tamburi menzionati
nellIllustrazione anteriore, costruirono vari tipi di marugas
o maracas e secondo la D.ssa Sanjurjo, i neri afrofrancesi trassero
la Marímbula (da non confondere con la marimba)
che produce tre o quattro note evidenziando la melodia con
la persistenza del basso continuo usata nella musica popolare;
quello di provenienza carabalí crearono lEkón
una specie di campanaccio; e tra quelli di provenienza bantú
risalta il Tingotalango o Tumbadera che
Angeliers León nel Del canto y del tiempo descrive
come un ramo flessibile, piantato in terra, che, curvato,
mette in tensione un filo di ferro o uno spago che si sostiene a
una lamina vegetale (yaguas) o dottone; questa è fissa
al suolo, chiudendo una buca fatta nella terra, a una certa distanza
dallarco teso, il filo di ferro in posizione verticale
si colpisce con un bastone in una mano e con laltra appoggiata
nel ramo arcuato si modifica la tensione e si ottengono suoni
di differenti altezze.
Ma gli strumenti di influenza afrocubana che più si costruirono
furono i tamburi che si imposero nella musica popolare, evidenziandosi
la Conga, la Tumbadora, el Bongó e le Pailas.
Dovuto alla configurazione o forse al nome si confondono il così
chiamato Tambor Congo o Tumbadora con il tamburo Conga. Come indica
il nome sono provenienti dal Congo, ossia dalla Regla Bantú.
Quelli chiamati Congas come i loro cugini tamburi yuka, sono tre:
Tumba o Tumbadora (sebbene per qualcuno è Conga Bajo); Llamador
o Conga (che è il tamburo intermedio) e Quinto o Requinto
(questultimo è il più piccolo che dà
un suono acuto, ed è il preferito per limprovvisazione).
Quasi sempre fatti di doghe e archi di ferro. Don Ortiz li descrive
come lunghi un metro, a forma di barile, aperti con una sola
membrana di bue e fissata da chiodi. Si usano nella rumba,
specialmente nel Guaguancó e le Congas callejeras, per questo
forse diedero nome a questo genere musicale o viceversa.
Del Bongó diceva Ortiz in De la Rumba y del Bongó
en polémica, nel 1936, che è uno strumento
mulatto, molto scuro, creato dal genio cubano (...) Il Bongó
è creazione di Cuba libera, aggiungendo nello stesso
paragrafo: sorge quando la musica mulatta, embrione della
madre Africa e del padre peninsulare, può già far
vita di società senza ritrosie, reclamare diritti ed esibire
i suoi valori.
La D.ssa Pérez Sanjurjo li descrive come due caschi
fatti di legno, che si uniscono nel mezzo tra loro e che sopra hanno
cuoi tirati, e il suono gli si tira fuori colpendoli al centro o
ai bordi. Si usano differenti grandezze, però generalmente
uno è di otto pollici da lato a lato e laltro più
piccolo di sei pollici. (...) Questi due tamburi si collocano tra
le ginocchia, con la parte del cuoio che guarda di fronte, restando
così il Bongó grande a destra di chi lo suona e quello
piccolo a sinistra.
Un po prima che nascesse il Bongó si erano create le
Pailas, indispensabili in tutti i complessi o charangas che suonino
un Danzón, che Galán assicura che si riconsolidarono
dalla Danza: Accordato in tonica e dominante e utilizzando,
tanto la sua pelle in tensione quanto le concavità delle
sue casse di rame. Se il primo Danzón lo eseguì
Miguel Failde nella provincia di Matanzas il primo di gennaio del
1879, con il titolo Las alturas de Simpson, si può
assicurare che le pailas si stavano già usando prima di questanno,
come dice Galán, sostituivano i timpani.
Nel dizionario di Helio Orovio vengono descritte come uno strumento
differente ai Timbales creoli, ma per me sono gli stessi. Il Timbal
classico è una specie di tamburo con una sola cassa metallica
a forma di mezza sfera, e si suonano tutti e due allo stesso tempo
con un martellino di legno che ha la testa avvolta nel feltro o
nel cuoio o nella spugna. Quelli nati a Cuba sono differenti. Sono
composti da due casse metalliche con copertura in cuoio, unite al
centro da un piede di metallo. Il tamburo più grande misura
14 pollici e laltro 13, questultimo si colloca alla
sinistra di chi lo suona (come il Bongó) e si colpisce con
una bacchetta di 12 pollici di lunghezza, generalmente senza avvolgerle
niente sulla testa.
Probabilmente questi timbales cubani presero il nome da un tipo
di padella che si chiama paila o dai bacini di metallo degli zuccherifici
o delle fabbriche di sale, per differenziarli dai classici, o la
cosa più plausibile è che siccome il cubano usa il
vocabolo timbales con un doppio significato per indicare una parte
degli organi genitali maschili, scelsero di usare la definizione
pailas per evitare qualsiasi malizia.
Quello che invece è chiaro a Orovio è che assicura
che sorse come trasformazione dei timpani allinterno delle
charangas che interpretavano il Danzón cubano. Gli attribuisce
il marchio di tipicità, io lo attribuirei in
questo caso anche al Bongó. Per un motivo Ortiz dice che
è nella Cuba repubblicana quando simpose il bongó,
che non era suonato nei Capitoli nazionali, né ancora oggi
giorno risuona nelle santerias delle paganità cubane
e la D.ssa Sanjurjo enfatizza che è indispensabile
nei gruppi tipici cubani.
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Parte III - Le Maracas.
È curioso osservare che strumenti di percussione
come il redoblante e il tamburo militare, il tamburello e le nacchere, non riuscirono
a funzionare nei gruppi popolari urbani né a diventare così indispensabili
come le maracas, le claves, le congas, ecc...
(Natalio Galán, Cuba y sus sones).
Non solamente i tamburi furono confezionati dai nostri afrocubani
e creoli (i quali si usavano nelle liturgie religiose dei primi
e nelle orchestre popolari dei secondi), come scrisse il Dottor
Cristóbal Díaz Ayala in Música Cubana,
del Areyto a la Nueva Trova, si scoprì che i nativi
avevano anche tra i loro strumenti, oltre al Mayohuacán
-che è il tamburo vuoto senza pelle o membrana- e alcune
olive sonore, o chiocciole o trombe di chiocciola
chiamata Cobo (Strombus Gigans), così come fischietti di
pietra e ceramica e perfino un flauto fatto di un osso duccello.
Ma il più importante, senza ombra di dubbio, di tutti gli
strumenti musicali usati da questa razza criminalmente eliminata
fu la Maraca, fatta di zucca o güira che è,
come bene dice Diáz Ayala lunico strumento aborigeno,
oltre la voce umana, che ci accompagnerà in questi quasi
cinquantanni di divenire musicale.
Nel dizionario di Helio Orovio appare la maraca in due classificazioni:
quella aborigena e quella cubana. Di quella degli indocubani racconta
che è formata da due fusti di magüey -così
con la dieresi- (pianta chiamata anche Pita), attaccati, che contengono
pietrine al loro interno. Di quella che nomina cubana dice
che non è oriunda di Cuba, poiché appartiene
alla famiglia maraquera universale (...) Gli indios antillanos le
suonavano nelle loro musiche.
La D.ssa Elena Pérez Sanjurjo nel suo succoso libro Historia
de la música cubana, scrisse che le maracas sono
guiras secche che possono essere ovali o rotonde e alle quali si
aggiunge un manico per maneggiarle meglio. Quando si preparano affinché
producano un suono forte e grave, gli si mette dentro semi di olive,
e quando si vogliono suoni dolci gli si mette dentro pallini o semi
piccoli (Questa cosa dei pallini e dei semi di olive devono
averla aggiunta dopo la colonizzazione, forse un po prima
di usarli per la musica popolare). Nelle tribù taine la poteva
usare solo il behique, sacerdote o medico fattucchiere, per comunicare
con le divinità che portavano prosperità molto
tempo dopo si usarono come strumenti ritmici nelle orchestre tipiche,
essendo indispensabili nelle Rumbas, Congas, Boleros e Guarachas
(...) Il suono che gli si deve tirare fuori è uguale a quello
che danno i timbales quando si colpiscono ai lati, specifica
la dottoressa.
Don Fernando Ortiz
Dal secolo XVI, dovuto alla scarsità di strumenti musicali
che si portavano dallEuropa, si cominciarono a usare le maracas
nella messa cattolica insieme con altri strumenti creati sullIsola,
come spiegò adirato il cronista José María
de la Torre.
A Cuba se ne usa una simile nei riti di alcuni culti sincretici,
come la Regla Ocha Yoruba-Lucumí lAnakué
(maraca metallica) e lAgógo che sono campanelle,
per evocare i loro orishas; i ñañigos-abakuá
costruirono lErikundi (sonagli); quelli di provenienza
arará-dahomey hanno un altro tipo di maraca chiamata Assongué;
e nelle Tumbas Francesi dOriente usano un tipo di maraca metallica
di corpo cilindrico con coperchi piani agli estremi e un manico
inserito nella sua parte centrale, adornato con cinte multicolori,
che sono conosciute come Chachá. Esiste inoltre
il Chekeré, considerato a volte come un tipo
di maraca, sebbene si costruisca con un güiro ben grande che
deve essere secco e vuoto, e a differenza delle maracas il suo interno
è vuoto (a volte si crea anche con una zucca grande), la
gran sonorità che gli si tira fuori allo scuoterla in maniera
differente con le mani, è perché si avvolge -eccetto
i suoi estremi- con una rete o maglia di spago che ha inserito alcuni
cauris (chiocciole). A partire dal 1970 il Chekeré divenne
molto popolare nelle orchestre dellIsola e come di consueto
si esportò la sua tradizione.
Quindi è certo che in tutte le Antille dove abitavano tribù
di taini esisteva già la maraka o maraca, però fu
il creolo cubano colui che introdusse le due nella sua musica autoctona,
iniziando dai suoi guateques guajiros e includendo le sue orchestre
urbane.
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Parte IV - Le Claves, il Güiro, il Calabazo
e il Cencerro.
In questa tappa primigenia claves, güiros
e qualche timpano prestarono la loro logica, non esistente in Europa,
non armonizzando ritmicamente con la melodia unica che la componeva
(Natalio Galán).
In un paragrafo del capitolo II de La música en Cuba,
Alejo Carpentier comincia dicendo: Non cè dubbio
che, da molto presto, lAmerica cominciò a creare una
musica despressione molto diversa -daccordo con i fattori
etnici presenti. È per questo che dico che dovuto a
questinquietudine musicale a alla scarsità di strumenti
musicali che si portavano dallEuropa, i nostri creoli dovettero
inventare i propri, per poter creare musica con fisionomia
propria, come la chiamò lo stesso Carpentier. Cuba
aggiunse le claves, strumento originato a La Avana, i cui legnetti
sonori erano, primitivamente, le chiavi o chiavette di legno duro
che si usavano negli ingranaggi delle navi, secondo quello che ha
dimostrato Fernando Ortiz. E poi aggiunge Carpentier: il
ritmo delle claves, come ha intelligentemente osservato Emilio Grenet,
è lunico che può accordarsi sempre, senza varianti,
a tutti i tipi di melodie cubane.
La D.ssa Pérez Sanjurjo ci dice che si può dire
che è lo strumento che dirige i passi dei ballerini,
da qui la sua grande importanza in tutti i ritmi ballabili creati
a Cuba.
Galán chiarisce che è alla fine del secolo XVII che
le claves aggiunsero il loro timbro nei complessi popolari,
quando La Avana cominciò a definirsi come un arsenale, dove
il nero schiavo prese gusto al suono delle chiavette di ácanas
che fissavano il legname delle navi a mo di chiodi.
Perciò confermiamo che per il 1700 i cubani annoveravano
già tre dei loro strumenti più originali: le claves
e le maracas, oltre al Güiro.
Nel dizionario di Helio Orovio si dice che il Güiro probabilmente
proviene dalla musica bantú sebbene non si possa escludere
lidea che gli amerindi lo utilizzarono. Come abbiamo
osservato nella sua opera, confonde anche questo strumento (come
i timbales sinterpreta che sono distinti dalle pailas), scrisse
che si è chiamato calabazo o guayo, e in verità sono
strumenti differenti. La D.ssa Sanjurjo spiega che il Güiro
si fabbrica da un Güiro allungato e secco, in cui si fanno
delle scanalature di fronte a forma di canali orizzontali affinché
si possano raschiare o sfregare con una bacchetta di legno duro
o di metallo. Il suono con il metallo è più vibrante
e con il legno più dolce. Si sostiene con il dito pollice
dellaltra mano che sintroduce in un buco che si apre
nella parte posteriore. I suoni che si producono quando si utilizza,
ossia, quando si sfrega la bacchetta tra i canaletti separati da
uno o due millimetri, devono combinarsi con il colpo delle claves.
In alcuni casi, mancando le claves, si percuote dalla parte posteriore
per avere il suono di queste.
Del Cencerro dice Ortiz imitazione creola dellEkón
ñañigo, quindi furono gli afrocubani di provenienza
carabalí i primi ad usarlo. È semplicemente
un campanaccio di quelli che il mercato di ferramenta vende per
il bestiame, alla cui campana si è tolto il batacchio, e
si percuote dallesterno con una bacchettina di metallo o di
legno duro. Ortiz spiega anche che offre due suoni distinti
che dipendono dal punto in cui si percuote: alto, se nella
parte più stretta, vicino al manico, e basso se nel suo bordo
largo e perimetro della sua apertura.
La D.ssa Pérez Sanjurjo specifica che a volte per i
ritmi cubani si usano due Cencerros, uno grande e un altro più
piccolo, che si collocano ai bordi dei timbales. (...) È
una guida importante per gli altri strumenti di ritmi, visto che
controlla quelli che prendono parte nei complessi. In alcuni
luoghi lo chiamano Campana, e altri credono che sia differente dal
Cencerro.
Esistono molti più strumenti che si usano nella musica cubana
però quelli che menzioniamo sono quelli di maggior popolarità
tra gli autoctoni, includendo la Botija o Botijuela, che nei suoi
giorni fu lo strumento che sostituì il basso. Consisteva
in una bottiglia di terracotta di quelle in cui simportava
lolio con una perforazione o foro piccolo in uno dei
suoi lati, dal quale si soffia, mentre con il movimento di una delle
mani introdotta dalla bocca, si modifica il suono, che serve da
accompagnamento al resto del complesso (Ortiz, Los instrumentos
de la música afrocubana, 1952).
Con ragione diceva Galán: La facilità del cubano
di percuotere su qualsiasi superficie e ottenere un dialogo tra
le sue dita, un chiacchierio ritmico di una curiosa consistenza
contrappuntista, limmaginazione che lavora zone del piano
che imitano contrasti timbrici, a volte quasi impercettibili, più
ovvi con lattacco fermo o dolce delle dita; altre, scopre
che lindice della mano destra introdotto nel collo di una
bottiglia, la cui articolazione sfiora, con certa astuzia, la cornice
di legno della porta, procura un suono amplificato nel corpo della
bottiglia, somigliante a un bordone dapi in coro, ideale per
un basso senza definire il suo centro armonico.
Per concludere questo ciclo e per limportanza dello stesso,
dedicheremo la prossima Stampa al Tres, la chitarra cubana.
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Parte V - Il Tres.
A questa chitarra si è fatta una modifica
che riguarda laccordatura delle sue corde e così accordandole
in tre corde doppie, abbiamo il Tres
(D.ssa Elena Pérez Sanjurjo, Historia de la música
cubana).
A Cuba non si sono creati solo strumenti di percussione, discendenti
diretti di quelli che si usavano nelle tribù africane, abbiamo
anche uno strumento a corde molto ispanico che chiamiamo Tres. Deriva
dalla chitarra spagnola. La D.ssa Sanjurjo spiega che si accorda
in tre corde doppie, essendo lo strumento indispensabile
per accompagnare i ritmi cubani, insieme alla chitarra spagnola.
(Si riferisce al Son, la Guajira de salón, il Zapateo, ecc.).
la Chitarra quando accompagna il Son cubano (...) ha una funzione
percussiva, lasciando che il Tres segua il canto melodico adornandolo
con cadenze e melismi (tutto questo lo disse prima Carpentier).
Riferiva inoltre Alejo Carpentier in La música en Cuba pubblicato
nel 1946, che la nascita del Tres si deve allanno 1562, quando si diffonde
El Son de la Ma Teodora, creato da quelle nere liberte, Teodora
e Micaela Ginés, che fondarono a Santiago de Cuba una delle più
famose e scarse orchestre dellepoca. Un dettaglio interessante: la
sua mandola sembra aver perso due ordini di corde, trasformandosi in uno strumento
simile al tres, che ancora si usa profondamente nella musica cubana. Se le coplas
(le strofe, i versi) sono di origine spagnola, gli arpeggi sono dispirazione
africana. I due elementi, insieme, originano laccento creolo.
Per avvalorare la sua funzione, in altre pagine ci dice: Così,
nel Son cubano, come nella Samba brasiliana, le chitarre hanno una
funzione più percussiva che melodica. I contrabbassisti delle
orchestre di strada non usano larco. Solamente il Tres, derivato
dallantica chitarra di quattro corde, è solito seguire
il canto, adornandolo con cadenze e melismi (Da qui deve averlo
preso la D.ssa Sanjurjo per arricchire il suo stupendo libro).
E sebbene confesso che non mi piace Alberto Muguercia perché
mi sono resa conto che in alcuni dei suoi scritti omette quello
che non conviene al governo comunista di Cuba (come in Rita
Montaner, genial intérprete de la música cubana,
rivista Bohemia, 1978), e per non fare come lui, dobbiamo usare
parte di alcune testimonianze che dice di aver raccolto sul Tres,
per ampliare questo studio: I primitivi erano fatti con casse
di legno di quelle usate per conservare il baccalà. Il braccio
si faceva con un legno più forte e le corde di corda. Nené
Manfugás, personaggio quasi leggendario, lo suonava intorno
al 1892, per le strade di Santiago de Cuba, portato da Baracoa.
Sembra che Nené Manfugás fu molto popolare nel carnevale
di Santiago de Cuba dallanno 1892 dove eseguiva con uno
strumento rustico a tre corde doppie e una cassa di legno, chiamato
tres. In una magnifica pagina cibernetica (web page) chiamata
ConClave di Rafael Figueroa Hernández, narra che il Tres
è uno ...strumento derivato dalla chitarra, che svolge
il lavoro melodico e fa da contrappunto alle voci e che più
di ogni altro esemplifica il suono tradizionale del Son cubano.
Seguendo la navigazione cibernetica, trovai un glossario musicale
nel quotidiano spagnolo El País ed elaborato con molta attenzione
da Carlos Galilea, in cui dice con proprietà che il Tres
è la chitarra cubana con tre corde doppie di acciaio
accordate in quinta, che si suona con un plettro.
Quindi arrivo alla conclusione che il Tres è la chitarra
cubana con una marcata influenza spagnola nella sua struttura e
africana nel suono che dà.
Questi strumenti si usarono maggiormente nella musica rurale, inoltre
aggiunsero il machete (che percuotevano con un coltello per il dorso
dello stesso e con un chiodo o bacchetta per il dorso); Quijadas
(che è losso mascellare superiore o inferiore di un
animale da soma, che muovendolo o sfregandolo dolcemente fa suonare
i denti quando si scontrano tra loro); Reja o dente o vomere daratro
(in mancanza del campanaccio ricavavano un suono molto simile percotendo
generalmente con un chiodo di riga).
Si sono viste anche nelle Congas di strada nel carnevale e anticamente
nel Día de Reyes (Epifania) elementi sonori e ritmici come:
El Sanmartín (una piastra semplice di ferro ben temperato,
incurvato che si percuote con una bacchetta di ferro e dà
solo due note); Galleta (tamburo simile al bombó, però
più schiacciato); Cuchara (cucchiaio, di quelli che si usano
per mangiare, si fanno sbattere su qualsiasi superficie di legno);
Cajón (preferibilmente di baccalà, che sostituisce
il tamburo in sua mancanza, e si percuote ugualmente con le mani);
Sartén (padella, due padelle piccole sostenute da unimpalcatura
di legno per poterle appoggiare, si percuote con due bacchette metalliche
o di legno). Non possiamo dimenticare la Corneta china,
adattata alla nostra musica, come direbbe Ortiz trasculturada,
che sintrodusse prima nelle comparse asiatiche del quartiere
cinese de La Avana e intorno al 1910 fu portata a Santiago de Cuba
dai soldati dellesercito permanente per invaghirsi
delle congas orientali come elemento principale. Emette cinque note
di tono acuto penetrante con un timbro nasale.
Como avrete comprovato è indubitabile lingegno del
cubano nel creare i propri strumenti musicali e tanti ritmi popolari
che hanno girato il mondo.
María Argelia Vizcaíno
- Vita e opere
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