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GLOBALIZZAZIONE PIU' UMANA

Amici, dopo i fatti di Genova, che ci hanno impressionati tutti, indistintamente, è forse ora di una riflessione più pacata, che prescinda dai fatti pur gravissimi della cronaca di quei giorni, e guardi più in là, al segno che essi lasciano, al significato che possono o che rischiano di avere.

Vi riporto l'articolo di Mikhail Gorbaciov che appare oggi su La Stampa: è una voce che io ascolto sempre con molta attenzione e molto rispetto, e spero che possa dare anche a voi un contributo alla chiarezza e l'indicazione di possibili percorsi futuri, come lo ha dato a me.

So che alcuni di voi seguono con meno interesse questo genere di cose, ma vista l'eco che questi ultimi accadimenti hanno avuto presso l'opinone pubblica del nostro come degli altri paesi, penso di potermi aspettare che queste riflessioni non vi giungano moleste.

E la riflessione, il confronto, il dibattito, sono le armi più potenti che abbiamo contro la violenza.

Vi saluto e vi abbraccio tutti,

cinico

 

Globalizzazione più umana
di Mikhail Gorbaciov - tratto da "La Stampa" del 26 luglio 2001.

L'incontro di Genova dei leader del G8 si è svolto in mezzo a manifestazioni di protesta (degli antagonisti della globalizzazione) che non hanno precedenti per dimensioni di massa e violenza. Secondo valutazioni diverse, vi hanno preso parte 150-200 mila persone. Probabilmente di più. L'Europa Occidentale non vedeva nulla di paragonabile dai giorni del Maggio 1968.

Gli organizzatori del summit si attendevano manifestazioni e vi si erano predisposti. C'erano già state le dure esperienze di Seattle, di Praga, di Goeteborg, di altre città, dove i potenti del mondo avrebbero potuto convincersi del fatto che stava crescendo nel mondo un possente movimento di protesta contro le politiche della globalizzazione neoliberale. Portatori principali della quale sono individuati dai contestatori, non senza buone ragioni, nel Fondo Monetario Internazionale (Fmi), nella Banca Mondiale (Wb), nell'Organizzazione Mondiale del Commercio(Wto).

Si è ritenuto che sarebbe bastato mobilitare più forze dell'ordine che nelle precedenti occasioni, proteggere il luogo dell'incontro con muri di cemento armato e reti metalliche, creare un'irraggiungibile zona di sicurezza. E' parso agli organizzatori del vertice che questo fosse sufficiente. Tuttavia tali misure straordinarie di sicurezza, destinate a proteggere i partecipanti del summit (la stampa internazionale ha calcolato che il costo si è aggirato attorno ai 100 milioni di dollari!), non hanno fatto altro che inasprire l'ostilità dei dimostranti e moltiplicare la loro decisione di farsi ascoltare.

Ci sono stati eccessi, violenze, scontri durissimi, palesemente creati da elementi estremisti che - è ormai esperienza comune di questi tempi - s'infiltrano in ogni manifestazione di massa. Certo ciò discredita le intenzioni positive e le legittime proteste di centinaia di migliaia di manifestanti in tutto il mondo. Sarebbe tuttavia un grave errore ridurre a questi eccessi le azioni di protesta di coloro che (non so con quanta precisione) sono definiti come antiglobalisti.

Tutte le rivoluzioni popolari del passato sono cominciate con manifestazioni di massa che, a molti dei contemporanei, apparvero semplicemente come convulse espressioni di masse cieche e tumultuanti. Occorre invece cercare di capire le ragioni profonde che spingono persone a muoversi per centinaia e migliaia di chilometri, in condizioni di disagio acuto, e a rischiare la salute e talvolta la vita, impegnando in questo tante forze, energie, mezzi, per una lotta che ad esse appare importante e cruciale per l'intera umanità.

Sondaggi d'opinione in diversi paesi europei occidentali dicono che questo movimento raccoglie le simpatie e il sostegno di parti considerevoli di opinione pubblica. Sono milioni coloro che provano angoscia di fronte alla prospettiva di vedere i loro paesi trasformati in poligoni sperimentali dell'arbitrio di potenti compagnie transnazionali. Altri - e sono molti anch'essi - avvertono il pericolo di perdere lavoro e sicurezza sociale.

E che dire dei paesi in via di sviluppo, dove la globalizzazione - salvo che da ristrette élites - è vista come espansione dei paesi ricchi e come nuova forma di colonialismo? Giovanni Paolo II è tra le voci autorevoli che hanno messo in guardia ripetutamente la coscienza internazionale. In effetti nell'ordine del giorno del G8 genovese erano finalmente approdate appunto alcune delle questioni sollevate in questi anni da coloro che - lo ripeto nuovamente, non so con quanta precisione vengono presentati indiscriminatamente come "antiglobalisti" -: lotta contro la povertà, riduzione del peso del debito per i paesi meno sviluppati, difesa dell'ambiente di fronte alle modificazioni climatiche, lotta contro la diffusione dell' Aids e di altre gravi epidemie.

A quanto pare i leader volevano lanciare un segnale all'opinione pubblica internazionale: anche noi siamo preoccupati di questi problemi, vogliamo affrontarli e siamo pronti a rispondere alle ansie e alle domande della gente comune. Ciò che è avvenuto nelle vie di Genova pochi giorni fa mostra tuttavia che la credibilità di quel consesso politico è ormai molto bassa. Non gli si crede, non li si accredita come sinceri e desiderosi di mutare la situazione. Sono anni che si preparano dichiarazioni su dichiarazioni che di regola sono raramente seguite da concrete decisioni.

Dopo la fine della guerra fredda i leader occidentali hanno mostrato di credere che il liberalismo economico aveva definitivamente vinto, affrettandosi di conseguenza a celebrare il capitalismo mondiale, globale, come la suprema realizzazione della civiltà umana. Sta accadendo invece che, dopo la fine del comunismo, il sistema capitalistico sia minacciato da un altro, imprevisto pericolo: uso la definizione di George Soros, il fondamentalismo di mercato. Il movimento che si batte contro le attuali modalità della globalizzazione è in sostanza una protesta contro il fondamentalismo di mercato e le sue conseguenze sociali.

I leader del G-8, per quanto ne so, sono coscienti di questo. Dunque in primo luogo si richiede loro un serio, ampio e onesto dialogo con l'opinione pubblica, con il mondo scientifico, con le diverse confessioni religiose, attorno a tutte le questioni aperte dalla globalizzazione. Per un dialogo di tale fatta occorrono nuove e concrete forme: perché possa realizzarsi tra paesi sviluppati e in via di sviluppo; tra leader dei paesi e la società civile mondiale, attraverso le organizzazioni non governative.

Alla fine di giugno ho partecipato a Genova a un simposium internazionale sui temi globali assieme a forze e esponenti di orientamenti anche molto diversi. In quella sede ho proposto l'istituzione di forum permanenti, dove determinate questioni possano essere affrontate e approfondite, sistematicamente, dopo i G8 e al di fuori dei G8. In altri termini occorrono forme di dialogo che permettano l'incontro di competenze, sensibilità, esperienze, culture e ruoli diversi e consentano di verificare al tempo stesso la realizzazione delle cose su cui si concorda di agire.

Il comunicato finale del G8 di Genova esprime l'intenzione di un dibattito pubblico, trasparente, sui problemi che creano contrapposizioni sociali di vasta portata. Lo si può interpretare come disponibilità al dialogo con la società civile, inclusi i rappresentanti del movimento di contestazione dell'attuale globalizzazione che non intendono confondersi con i metodi violenti degli estremisti. Sarebbe stato di certo molto meglio se questo atteggiamento fosse stato espresso ben prima di convocare il G8 di Genova. E se la stessa città di Genova fosse divenuta per tempo il centro di un grande dialogo con il movimento di contestazione. L'occasione era preziosa. In ogni caso sarebbe stato più democratico e sicuramente più efficace che cercare - come viene annunciato ora per il futuro G8 - luoghi dove ci si possa nascondere dai manifestanti.

Inutile e sbagliato distanziarsi da ciò che è avvenuto nelle vie di Genova come da qualcosa di sgradevole e di estraneo ai problemi reali. Jacques Chirac ha ragione quando invita a prendere in considerazione le esigenze dei manifestanti. Nella loro grandissima maggioranza essi chiedono, in fondo, perfino candidamente, di certo sinceramente, di umanizzare la globalizzazione.

 

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